Come nasce l’avventura Sea Hawk Sub

Cera una volta….
..ed ora non c’è più!
La situazione finanziaria di questi ultimi anni ha colpito anche l’azienda dove ho lavorato per 15 anni ed a mio malgrado ho avuto più tempo a disposizione per incamminarmi in una nuova strada. Nello sconforto iniziale ero combattuto sul fare qualcosa di utile in attesa di tempi migliori o attuare un cambiamento. Ho deciso per la prima. Ho iniziato a leggere a studiare a fare ricerche sulle cose più disparate, insomma come un bambino facevo quel che mi veniva in mente e voglia di fare, ma sapevo che da li a poco dovevo dare una svolta al mio percorso. Un giorno un amico pescasub, Devinel Nello De Vivo venne a trovarmi nella mia tana, un modesto garage attrezzato alla benemeglio, guardandosi in torno disse perchè non costruisci un arbalete in legno sai in rete ne ho visti di molto belli e poi sarebbe una grande soddisfazione costruirsene uno. La per la non gli diedi ascolto, la mia mente era rivolta altrove. Intanto, involontariamente mi aveva messo la pulce nell’orecchio. Quella domanda inconsciamente stava prendendo vita nella mia mente. Di tanto in tanto involontariamente mi venivano dei flash di particolari ma niente di più. Sembravano tanti post-it sparsi per casa. Col passare dei giorni i particolari si allargavano ma lasciavano sempre una visione molto ingarbugliata. Un giorno mi trovai dal mio istruttore di apnea così per 4 chiacchiere. Gli dissi che volevo costruire un fucile di legno. Iniziammo così un’interessante conversazione sullo stato dell’arte dei fucili subacquei. E mentre lui mi spiegava quali dovevano essere i requisiti di un buon fucile io come un allievo entusiasta delle nozioni impartite del mentore, prendevo avidamente nota.

Roller, potente, preciso, facile da caricare e con un attimo brandeggio, questo era il fucile perfetto magari con gli elastici incassati per evitare le vibrazioni.
Ormai sazio di informazioni, i problemi da risolvere erano aumentati: il fusto doveva essere enorme per poter contenere gli elastici ed avere un minino di idrodinamicità.
Ma all’improvviso come per magia tutti i tasselli andarono al loro posto, finalmente tutto era chiaro. L’idea delle 2 lame si era grossolanamente materializzata. Come arrivai a casa iniziai a fare bozze su bozze e mentre prendeva forma il fucile di pari passo cresceva il dubbio sulla sua fattibilità! Per un lungo periodo ho avuto quell’atroce dubbio: funzionerà? Iniziai a fare un modello tridimensionale da dare in pasto ad un simulatore di carichi, piano piano riuscii a posizionare tutte le masse nei punti giusti a bilanciarlo ed alleggerirlo.
Da li a poco realizzai il primo modello assolutamente non funzionate ricavato solo per aver un’idea delle proporzioni. Era nulla rispetto a quello che mi attendeva ma era già una grande soddisfazione. Come un padre guarda un figlio appena nato così passavo intere giornate a guardarlo e riguardarlo, da vicino da lontano in ogni posizione. Pian piano mi saltavano agli occhi tutti i punti critici. E dopo giorni di puro osservatorio iniziava quella frenesia di rifarlo con tutti gli accorgimenti studiati. Iniziava la rev.2 il 105, le vecchie finestre di casa riprendevano vita nel primo roller realizzato in listelli di douglass. Quello che da li a poco sarebbe entrato carico di aspettative in acqua. Terminato il fucile, dopo varie peripezie
, vado da Max per comprare l’asta e gli elastici. Ricordo ancora che con molto stupore lo guardò lo volto lo girò ed esclamo: Cosa hai creato? E con un fare scrupoloso mi elencò tutte le cose che non andavano bene spiegandomi soprattutto il perché. Come uno studente che va a correzione dal professore così io ripetei più volte quel rituale. Aprile 2012 nelle acque di Castrocucco a Maratea ospite di un mio caro amico scopro che il modello appena battezzato in acqua a 3 metri spara basso. Preso dallo sconforto e da un interrogativo a cui la mia mente cercava di rispondere con qualsiasi tipo di risposta dalla più disparata alla più ovvia mi avviai verso la riva. Ad aspettarmi c’era mia moglie e il mio amico Luca Pischedda con la moglie. Sorridenti mi chiesero come è andata? Io risposi : Ha sparato! brandeggio incredibile, poco rinculo ed ha mancato il bersaglio di 20 cm.
Ero contento poiché anche se non era preciso aveva funzionato. Un grosso interrogativo era stato risolto, funzionava.
Non erano saltati pezzi, non si era incagliato nulla tutto aveva funzionato, bisognava solo capire perchè avesse sparato basso.
Nell’attesa di risolvere questi quesiti e ritornare in quel mare dolce amaro, passavo intere giornate a leggere e rileggere forum e blog, sperando in una soluzione o magari un’intuizione. Intanto, mi ero fatto un’idea di cosa avesse potuto influire su quel tiro basso. Faccio le dovute modifiche e riscendo a mare per fare i nuovi test. Dei test molto grossolani mi fecero capire che il problema era stato risolto.
Durante l’estate iniziai a costruire uno nuovo fucile con la speranza che fosse quello giusto. Utilizzai legno recuperato in garage, precisamente castagno e Mogano, il Douglas accentuava idea di fragilità e poi quel colore chiaro non mi garbava proprio . Corrette le problematiche evidenziate da Massimiliano Musella, riuscii a terminare il modello prima della fine dell’estate. Con il fucile a tracolla ed tutta l’attrezzatura nello zaino, mi avventurai da solo in treno alla volta di Castrocucco. Il risultato delle prove fu che il fucile risultò preciso grazie sopratutto al ponticello ricavato direttamente nel legno, ma si evidenziarono altre problematiche, alcune, fino ad allora mai apparse. Una di queste era la difficoltà a caricare o a scaricare. Quando caricavo la parte inferiore, per via delle scanalature, gli elastici quasi mi tranciavano le dita. Dopo varie modifiche e tentativi vani, ripiegai in quello che sarebbe stato un altro dei punti forti dei miei studi. Il caricamento.
Completamente staccato dal fucile ed inizialmente realizzato in legno, il carichino, oltre ad essere scomodo da utilizzare per via dei cappi dove doveva essere infilato era anche un impiccio da portarsi dietro. Ma risultava, a quell’epoca, l’unico modo per poter caricare quello che da poco era stato battezzato con il nome di Exteme1.
Il carichino in legno permise di fare i primi test le prime pescate e tutti gli accorgimenti che saltano all’occhio solo quando, il fucile, lo si usa frequentemente.
In quel periodo
Intanto nasceva l’esigenza di cambiare carichino, uno completamente nuovo, che dovesse essere funzionale e comodo. Dopo diverse settimane di progettazione nacque il carichino ripiegabile in alluminio, fisso al fucile.
Unico nel suo genere, di una praticità unica doveva essere la soluzione definitiva, ma, come spesso succede, anche questo evidenziava un problema di fondo al momento non superabile: gli elevati costi di realizzazione.
Il carichino in legno ritorno in auge, scomodo ma indispensabile.
In un ennesimo incontro con Max (nemico indiscusso del carichino di legno) mi lanciò un input: perchè non provi a fare qualcosa dove si possa utilizzare il chiodo portapesci?
Eureca!!!
Max aveva imbeccato la strada giusta. A domanda precisa risposta precisa tempo una settima e tiro fuori il nuovo carichino in Delrin, unico attualmente in uso. Lo spillone ricavato da un tondo inox di circa 20 cm si poteva riporre tranquillamente nell’astuccio in cintura ed i gioco era fatto. …fine prima parte!

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